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 educare nel tempo dell'estraneita

Conoscere i principi fondamentali della psicoanalisi e del metodo che con una sua tecnica ha lo scopo di promuovere variazioni interne ed esterne nella persona credo sia importante non solo per gli psicoanalisti, ma anche per i medici in generale, per gli educatori, e per tutti quelli che in qualche modo "esercitano la psicologia" come ad esempio devono fare i genitori.
(Heinrich Racker)

Sono una psicoterapeuta e psicosocioanalista.

Lavoro quindi con i pazienti condividendo con loro quell'affascinante storia scritta a quattro mani che, attraverso la relazione, permette di guarire le ferite dell'anima, le sofferenze dell'infanzia e i drammi esistenziali.
Figli smarriti, bambini trascurati, giovanetti incompresi, piccoli abusati psichicamente e mentalmente mi hanno parlato da quel lettino -anche se da dentro dei corpi adulti- di quanto fosse stato drammatico non avere accanto nessuno desideroso di prestare ascolto alle loro tribolazioni.


Ascoltando i pazienti ho perciò ritenuto necessario operare nel campo educativo per curare gli esseri umani prima che si ammallassero. Gran parte della produzione saggistica che ho condiviso con il maestro e consulente educativo Francesco Berto, oltre che una buona fetta della mia attività formativa, sono andate allora coniugando il sapere clinico con l'agire educativo.
Una convinzione mi orienta in questa azione e riguarda la determinazione a non lasciare soli i bambini. La loro sofferenza da grandi -quando possono chiedere direttamente aiuto- alcune volte compare già come un grave sintomo che esprime tutta la drammaticità di una vita. Altre volte, purtroppo, la perdita di fiducia nell'essere umano diventa la mancanza di ogni speranza che qualcuno possa capire, aiutare, portar fuori dalla palude del dolore psichico. E questa disperazione può essere così devastante che induce alcuni individui a rifiutare ogni sostegno psichico trascinandoli, drammaticamente, a vivere in solitudine i loro demoni mentali.
Nel 1988 ho quindi avviato nel Comune di Venezia un progetto di contrasto al disagio minorile attivando Laboratori creativi per minori dai 6 ai 14 anni in tutta la città. Sono stati dei Laboratori non per fare qualcosa, ma per ascoltare le vicissitudini emotive che i bambini e i ragazzi stavano vivendo. E per aiutare i bambini ho messo a punto con Berto un capillare intervento non solo a sostegno dei genitori, ma anche degli insegnati per arrivare inoltre a cercare di parlare dei temi educativi con tutte le persone della comunità che si volevano interessare della crescita delle nuove generazioni.
Ascoltando i piccoli, allora come adesso, spesso intercetto un’angoscia di solitudine che si è andata annidando nel trascorrere del tempo a causa della noncuranza degli adulti. Educatori naturali e professionali condannano figli ed allievi ad una eterna negazione del loro Sè se non danno nomi agli stati d'animo che segnano la relazione.
I vissuti sono percepibili all'esterno attraverso i comportamenti, i comportamenti però hanno un senso solo se li si riconnette agli stati d'animo che li hanno generati.
Purtroppo i bambini rischiano di rimanere soli anche dentro ad un rapporto se l'educatore non si pone come obiettivo l'osservare e l'autosservarsi per nominare ciò che d'invisibile connota affettivamente e colora emotivamente la relazione educativa.
Nel mondo attuale i bambini si sentono soli anche se tanti adulti si occupano di loro. I ragazzi di oggi, infatti, pur venendo posti al centro della vita domestica, andando a scuola, a catechismo, a chitarra, frequentando più sport, possono rimanere invisibili.
Gli adulti, dunque, troppe volte sono più impegnati a rendere figli e allievi dei soggetti produttivi, a verificarne l'accettazione sociale, a sfruttarne le risorse che a capire ed educare la parte affettiva. Si vogliono figli vincenti per sentirsi rassicurati. Si esigono alunni bravi per sentirsi ammirabili. Si cercano minori compiacenti per sentirsi speciali.
È giunto il momento di non condannare più i bambini e i ragazzi a trasformare la rabbia abbandonica in cattiveria, provocazione, violenza. Gli educatori devono arrivare a contenere i piccoli in cerchi dialoganti, in gruppi di lavoro capaci di farsi carico della parte cognitiva ed emotiva, in contesti comunitari in grado di tollerare le diversità.
Attualmente credo che la mission educativa sia quella di incontrare più persone insieme, creare gruppi che sappiano comunicare, promuovere comunità solidali, intercettare per tempo nelle realtà istituzionali disagi e devianze per affrontarle assieme ad altri.
E poiché il bambino non è un essere autonomo sarà necessario costruire dei rapporti con i suoi genitori e con le altre figure educative a cui il piccolo fa riferimento. Educare un bambino quindi significa prendersi cura di lui e dei contesti nei quali cresce.
Per far funzionare i gruppi di lavoro, allora, è necessario rinunciare al facile utilizzo del giudizio-valutazione e decidere di far proprio il desiderio-bisogno di comprendere il mondo interno di chi si incontra. Prendere dentro e stare dentro alla relazione significa accettare di essere messi in discussione dall'altro, abbandonare la sicurezza dell'etichettare, sospendere la spiegazione per dare ascolto ai sentimenti che ogni incontro umano sa muovere.
Se poi lo si fa bene o male non importa. La tensione all’incontro quando è autentico desiderio di conoscere è già il presupposto di un’azione educativa. Ciascun educatore può però responsabilizzarsi al fine di affinare l'arte del saper sentire ciò che osserva.
È possibile passare dall'udire all'ascoltare.
Affinare la capacità di offrire ascolto richiede però la forza d'animo di ascoltarsi che, a sua volta, deriva dall'essere stati ascoltati.
Questo atteggiamento mentale viene ereditato innanzitutto attraverso l’asse intergenerazionale poiché, solo se si è stati ascoltati, si sa cosa significa ascoltare. Non si può dare ciò che non si è ricevuto. E l'educatore trova la forza d'animo per entrare in contatto con i soggetti con cui vuole relazionarsi solamente se qualcuno, a sua volta, ha assunto nei suoi confronti questo atteggiamento.
Capire il significato dell’azione educativa significa allora pensare ad una complessa alchimia che avviene tra più menti. Almeno due persone, infatti, sono sempre presenti nella scena dell’incontro, ma ciascuna di queste ha sicuramente dentro di sé un fitto intreccio di appartenenze definite da copioni affettivi che risalgono ai suoi antenati.
Ogni figlio coniuga in sé due stirpi e ogni nonno è l’unione, a sua volta, di due ceppi e così via risalendo la catena intergenerazionale.
Educare è dunque un operare con la parola, con il corpo e con l’azione inserendosi in un complesso contesto di vincoli e legami alcuni dei quali sono presenti nel campo affettivo attuale ed altri provengono dal campo emotivo più remoto.
Nessuno è dunque solo mentre educa. Ognuno è infatti accompagnato da una pluralità di relazioni che determinano un campo emotivo che si sviluppa sia nell’asse orizzontale che verticale.
Le gesta del momento e le orme delle vicende passate fanno dunque da trama ed ordito alle capacità educative.
I bambini più fortunati possono sperimentare la potenza del rapporto basato sul rispetto e sull'autentico desiderio di conoscere l'altro già fin dentro alla vita familiare, i bambini meno fortunati invece possono recuperare questo ambiente educativo attraverso le figure carismatiche siano esse insegnati, animatori, sacerdoti, allenatori, operatori.
Quindi se dobbiamo avviare, costruire e stare in una relazione educativa non abbiamo che un unico strumento costituito da noi stessi con la nostra storia e le nostre capacità di riflettere.
Ma quanto siamo capaci di tenere in ordine la nostra stanza interiore?
Quando ospitiamo qualcuno a casa nostra e lo invitiamo ad accomodarsi dobbiamo fare spazio a questa persona. Se la poltrona dove dovrebbe sedersi è piena di pentole, vestiti e altre cianfrusaglie questa persona non troverà posto o starà scomodissima. Di solito, se arrivano degli ospiti, si cerca di mettere ordine. Nella relazione educativa perciò ospitiamo nella nostra mente il bambino solo se abbiamo ben riordinato lo spazio interiore.
L'ascolto richiede allora che il luogo psichico in cui l’altro può accomodarsi sia sufficientemente sgombro da pregiudizi, identificazioni, bisogni affettivi, ansie di prestazione.
Ascoltare significa allora consentire di trovare un posto dentro di sé all'altro senza né confonderlo con se stessi né chiedergli di curare le proprie mancanze. È necessario che chi accoglie quindi non invada il campo relazionale con degli oggetti ingombranti nati dai propri problemi irrisolti e accresciuti dalle aspettative, pretese, paure, confusioni, desideri.
Questo vuol dire che per costruire una relazione educativa occorre sapersi interrogare senza darsi risposte frettolose e saper stare nel dubbio senza cercare certezze. Non conoscere già tutto e non trarre conclusioni definitive sulle situazioni problematiche che si incontrano significa relazionarsi per davvero.
Chi educa non è meno intelligente se non ha tutte le risposte. Non è meno competente se non sa fare tutto. Non è meno efficace se non riesce a trovare soluzioni.
Sappiamo però, che se qualcuno incontra qualcun altro ed è sinceramente interessato a lui, può alleviare, guarire, medicare le ferite emotive. Questo atteggiamento mentale costituisce il sale dell’educazione.
Uno strumento educativo per tenere aperta la ricerca di senso di ciò che avviene durante il tempo dell'incontro è la scrittura.
La scrittura è importante per la rielaborazione soggettiva delle esperienze. Imparare a raccontare la propria storia relazionale con l'altro conferisce densità al proprio Sé professionale. Si tratta di rivivere le esperienze nella narrazione emotiva. È dunque necessario evitare di comporre una cronaca -come si diceva quando si andava a scuola- abbracciando invece la tensione di dare vita a una poesia.
La poesia intende mettere in parole un fatto che contenga al suo interno la nostra vibrazione emotiva.
Le storie sono molto importanti e determinano la capacità di creare connessioni e non si accontentano di effimeri post-it, contratti sms, veloci whatsApp.
La possibilità di raccontare gli eventi salienti fa sì che i fatti risultino collegati, che si usino sapientemente le congiunzioni che ordinano il prima con il dopo. Suggerisco quindi di usare a piene mani "quindi, allora, pertanto, tuttavia, dunque...".
Se la mente è capace di creare connessioni è capace di apprendere. Tenere un diario educativo induce a cambiare senza stancarsi di sostare in un atteggiamento di ricerca, di amore per la scoperta del nuovo, di passione per la verità.
Assieme all'arte poetica allora si sviluppa l'arte "poliziesca" che si sofferma sul dettaglio, intercetta l'indizio, va oltre l'evidente.
Questa è la vita. Questa è la vita creativa.
Essa chiede la capacità di legare, slegare e rilegare pezzi di noi stessi, analizzare fatti che ci coinvolgono con l'altro, sviluppare eventi che ci mettono dentro ai gruppi umani sollecitando nuove appartenenze.
Gli insegnanti, gli educatori, gli animatori possono svolgere questa funzione riparatrice e ricostruttiva donando il calore dei legami attraverso la creazione di gruppi di adulti capaci di dialogare insieme.
La capacità di costruire legami allora non finisce nella capacità di costruire intese con i ragazzi.
Si tratta, innanzitutto, di costruire un ambiente familiare, una istituzione scolastica, una realtà del tempo libero dove gli adulti abbiano buoni rapporti.
Il valore dei legami infatti non si apprende attraverso le parole, ma per osmosi. Se un figlio cresce in una famiglia in cui i rapporti sono rispettosi diviene attento al suo prossimo. Se un alunno incontra insegnati che si stimano impara cosa significa dare valore all'altro. Se un ragazzo sperimenta luoghi educativi dove le persone adulte sanno condividere un progetto impara a sperare. Il valore dei legami allora si apprende nei contesti umani che li sanno testimoniare.
Attenzione però c’è il rischio di confondere l’amore con la bonarietà a tutti i costi, con la disponibilità senza limiti, con l'accondiscendenza su tutto. È bene che si sappia che l’amore non è questo. Questo infatti è un amore pericoloso. Non si trasmette benessere se i piccoli vengono accontentati e stanno al centro di tutte le attenzioni. Ogni volta che non si riesce a mantenere la dissimmetria adulta in realtà si condannano i bambini.
L’amore è anche capacità di accettare sentimenti negativi. Occorre essere in grado di sostenere emotivamente l’odio, la rabbia, l'opposizione, la svalutazione. La benevolenza è diseducativa. L’insegnante alle prime armi, l’educatore ultimo arrivato, l'adulto vulnerabile talvolta sono più interessati ad essere amati che ad educare. Cercano pertanto di essere bonari, permissivi, simpatici, amicali. Questo però non è educare. La paura di non essere amati fa sì che perdano la dissimmetria e la funzione adulta che aiuta la crescita. In realtà tanta permissività corrisponde a uno stato psichico espulsivo poiché non aiuta il ragazzo a contenere i suoi movimenti emotivi negativi. E questa sua incapacità fa sì che egli si agiti in continuazione. Il rischio che passi ad agiti violenti è dunque sempre in agguato.
Vorrei allora fermarmi sul tema della violenza. Oggi siamo pervasi dall’esperienza della violenza. Ciò accade anche in una erronea concezione dell’amore quando questo si trasforma in possesso.
Un mondo in rapida evoluzione affatica ed impegna tutte le figure educative che desiderano accompagnare bambini e ragazzi nel loro percorso evolutivo. Per nessuno è facile soffermarsi a riflettere su cosa stia succedendo dentro e fuori casa poiché la violenza immotivata, gli orribili soprusi, i delitti mostruosi stanno divenendo una notizia che non fa più notizia.
Il mondo sembra essere sempre più pericoloso e la miglior difesa a questa minaccia del senso umano pare essere la negazione di quanto sta accadendo.
È dunque urgente sostituire all'indifferenza la consapevolezza.
Le persone sia grandi sia piccole si rivelano mostri cattivi, folli, barbari.
L'età dei minori che s'inventano le strategie più allucinanti per fare del male a compagni e ad adulti si sta abbassando vertiginosamente.
Le sevizie che subiscono i bambini appaiono sempre più dolorose, immotivate e spaventose.
Le azioni inconsulte dei padri e delle madri contro i figli e dei figli contro le loro famiglie sono agghiaccianti.
Le pretese di genitori divorziati e arrabbiati tra di loro, le azioni umilianti di alcuni insegnanti incompetenti, i maltrattamenti di adulti immaturi nei confronti di piccini indifesi, lasciano ogni giorno più sbigottiti.
Tutti coloro che amano i bambini pertanto li sentono in pericolo sia che i minori balzati all'onore delle cronache siano dei carnefici sia che siano delle vittime.
Si vorrebbero allora controlli serrati e militarizzati.
Si costruiscono muri respingenti e linee di difesa ad oltranza.
Si allontanano i soggetti ritenuti pericolosi perché diversi.
Lo stato d'allarme però non cala, anzi cresce.
Gli annunci di ripetute atrocità continuano ad arrivare in diretta via internet. I misfatti vengono ossessivamente ripetuti nelle new televisive e dei social. I fatti sensazionali, proprio perché particolarmente terribili, vengono ripresi per giorni e giorni da cubitali titoli dei giornali e da bombardanti talk show.
E la notizia di bambini killer, di genitori senza scrupoli, di violente barbarie familiari o scolastiche entrano e rientrano nella testa di tutti divenendo sfondo quasi naturale della vita domestica e sociale. Arrivano martellanti tra le mura di casa mentre si consuma un veloce pasto davanti alla tv; compaiono in stazione mentre sul marciapiede si aspetta un treno sempre in ritardo; intrattengono nella lussuosa sala d'attesa di un aeroporto sempre più blindato, accompagnano il sorseggiare di un caffè al bar; sono fidate compagne che compaiono nel video del cellulare. I monitor sono ovunque, le immagini ci seguono dappertutto, le informazioni diventano persecutorie. Non c'è scampo. I fatti incresciosi penetrano la mente delle persone con il loro carico di spettacolarità. Infatti ad ogni evento si accompagnano immagini particolareggiate, foto sensazionali, filmati dettagliati. Tutto questo informare avviene quasi in tempo reale. Non si ha lo spazio per pensare, comprendere e digerire ciò di cui si viene a conoscenza. La mente individuale e gruppale perde i confini etici. L'individuo e il corpo sociale ne escono indeboliti e frastornati. Gli adulti educatori intervengono senza poter contare su una bussola che indichi principi e valori condivisi.
L'altro perde di valore. Il bambino da aiutare a crescere dentro a un intreccio di relazioni affettive e normative non esiste più. Il ragazzino o si adegua o viene cancellato, dimenticato, negato.
Il bombardamento mediatico, se non ripensato, diviene quindi pericoloso quando la persona che lo riceve deve svolgere delle funzioni educative che richiedono una precisa rappresentazione dell'alterità.
Ma viene spontaneo chiedersi chi sia l'altro oggi e come presentarlo alle nuove generazioni.
È tragico per una mamma dire al figlio perché un bimbo affamato e sporco è arrivato da molto lontano.
È imbarazzante per un padre discutere con la figlia delle giovani lolite.
È estenuante per una insegnante affrontare il tema del bullismo in classe poiché il suo manifestarsi cambia continuamente forma.
È delicato per un operatore affrontare con un gruppetto di adolescenti il loro desiderio di morire.
È imbarazzante per uno psicologo parlare di separazioni coniugali a una classe che ha visto allontanato dalla polizia un compagno conteso tra mamma e papà.
È quindi difficile per tutte le figure educative dialogare con i ragazzi che vivono i fatti di cronaca che li riguardano.
Eppure tutti gli adulti comprendono che non possono lasciare figli e alunni di fronte alla violenza della cronaca senza divenire mediatori di queste notizie.
I fatti quotidiani però colpiscono prima di tutto loro stessi.
Gli adulti rimangono infatti impressionati e si domandano come comportarsi con i bambini, come non ripetere simili errori con i ragazzi, come evitare brutte storie agli adolescenti. E già chiederselo diviene un tenere lontane dai minori a loro affidati le mostruosità che la cronaca propone dalle prime pagine degli organi d'informazione.
Divenire educatori informati e capaci di leggere dentro alla realtà attuale è dunque una necessità che accomuna tutti gli adulti formatori. La notizia di padri che uccidono le madri dei loro figli domina su tutte le altre.
L’uomo che non sopporta di essere lasciato dalla sua compagna pensa che se la uccide rimane sua per sempre. Le donne vittime sono tutte cadute nella trappola di amori criminali che hanno travestito la reciprocità in possesso assoluto. E senza arrivare a questi estremi tutte le devianze di una affettività che nutra narcisisticamente chi la offre e intrappola colui a cui viene offerta prima o poi degenerano in violenza.
L'abuso psichico, oggi sempre più frequente, ha questa origine anche nelle relazioni tra genitori e figli. Si possiedono i bambini e si rinuncia ad amarli. La violenza nei legami allora si iscrive nella negazione della relazione che implica due o più persone diverse che si connettono le une alle altre. La violenza sta nella negazione dello spazio che ci divide e ci obbliga a parlarci per conoscersi. La frase più criminale allora è quella che afferma di sapere tutto dell'altro. Essa nega la diversità e perciò l'esistenza stessa dell'unicità di ogni persona.
E se l'altro non esiste non è necessario impegnarsi per parlarsi ed ascoltarsi stando insieme, perciò viene eliminato il tempo dedicato a conoscersi, comunicare con calma, comprendersi.
Il tempo per stare insieme a pensare è sempre più raro, difficile da dedicarsi, conflittuale nella mancanza di intonazione comune nel dialogo a più voci.
Il tempo per pensare con gli altri diventa allora uno strumento controverso.
La relazione tra adulti quindi degenera risultando impoverita, ripetitiva, formale, inutile.
I pochi spazi per la conversazione, per l’incontro, per fare team, équipe, collegio sono diventati sempre più vuoti.
Gli incontri tra colleghi, le équipe, le reti con i professionisti della cura si sono trasformati in un peso per tutti.
È difficile che siano un luogo per la co-costruzione di pensiero.
Si crea un gruppo di lavoro per ogni problema, ma ben presto si distrugge il sapere gruppale per troppa animosità e si vira allora nella convinzione "Da solo faccio prima, meglio, con più perizia...".
L’incomunicabilità non annoda. Scioglie.
Ciò che non è esprimibile diventa logorante lontananza, logorroico riempire il tempo, inutile ripetersi di medesimi schemi. In realtà il gruppo progettuale non si trasforma mai in gruppo di lavoro caratterizzato da razionalità, contatto con la realtà, tolleranza alle difficoltà e contenimento del dolore. La rete non è pertanto in grado di evolversi, di modificarsi e di indurre un cambiamento, non è cioè capace di sviluppare e far crescere delle idee circolari. La riunione tra colleghi rimane spesso un’attivazione automatica dove circolano in maniera violenta emozioni intense e incontrollate. Essa è destinata a ripetere continuamente il solito copione a testimonianza di un tempo statico e immodificabile. Ogni canale di comunicazione viene così interrotto a causa della prepotenza gerarchica dei saperi, della prosopopea del servizio più specialistico, dell’arroganza di chi fa valere la sua leadership. Si interra così ogni connessione tra la creatività e la progettualità.
E la riunione di rete diventa faticosa, tediosa, asfissiante. Molti tuttavia la praticano, ben pochi però credono che al suo interno si possano aprire spazi di ricerca e di innovazione. Quasi tutti sentono che è meglio non porre interrogativi, non esporre idee trasgressive, trattenere affermazioni inconsuete e seppellire opinioni divergenti. La minaccia, seppur latente, è che coloro che si espongono verranno bollati come sabotatori, come rompiballe, come ostruzionisti. Certo chi ci prova rompe l’omertà che è l’unica legge condivisa. Da qui però al considerare chi destruttura il quieto vivere come un leader negativo ci sarebbe tanto da discutere. Ma, si sa, nei gruppi adesso non si questiona. Si ottempera.
La parola, che per sua natura dovrebbe costruire passerelle, lascia quindi spazio al baratro della mancanza di senso. Nessuno si avventura in quel vuoto. Tutti battono in ritirata nel loro piccolo terreno campanilista. Ognuno anela solo la fine di questa tortura. Si cerca nella via formale la soluzione all’inghippo. Si assegnano obiettivi. Si dividono impegni. Si sommano gli interventi.
Nessun tentativo di trovare parole per raccontare la vita di colui che ha bisogno di aiuto viene sollecitato da chi è coordinatore della rete.
Il gruppo di lavoro è invece l’occasione per lavorare con le emozioni arricchendosi dell'esperienza altrui, ma costa fatica emotiva se non si sa come intonarsi con gli altri.
Nei gruppi disfunzionali non ci si incontra volentieri, viene il mal di testa, qualcuno cade proprio prima della riunione, oppure ci sono cose sempre più urgenti a cui tocca rispondere... Probabilmente si mettono in scena solo delle fughe dall'angoscia dell'incontro. Occorrerebbe fermare i giochi e interrogarsi, magari supportati da qualcuno che svolge la funzione di facilitatore. Se si accetta l’agito al posto del pensato, si smette di educare.
Quando tutti vogliono affermarsi e nessuno vuole ascoltare punti di vista diversi dai propri non c'è gruppo. L'insieme delle persone rimane un agglomerato, un'orda barbarica, una banda che si schiera per andare contro qualcuno.
Ci si sforza di essere i più intelligenti, si tende ad esibire il controllo sulle situazioni, si ricorre a schede, anamnesi, cartelle cliniche, diagnosi e definizioni sapienti. E l'educazione sembra lasciare posto alla medicalizzazione dell'infanzia. La relazione abbandona il campo e lascia spazio al farmaco.
Se un bambino ci fa dannare e non sappiamo come prenderlo dobbiamo solo cercare un modo creativo per entrare in contatto con lui. Il resto non serve a niente. Le etichette sanitarie sono tutte delle scappatoie per non avvicinarsi a questo aspetto emotivo e ritenere che il malessere non sia nella disfunzionalità relazionale, bensì in una malattia dal nome altisonante che toglie l'educatore da ogni responsabilità.
So che è dura. So che è la relazione tra adulti è in crisi. Ma so anche che incontrarsi è l'unica risorsa percorribile per venir fuori dalle fragilità di quel sistema di pensiero educativo che rischia di abbandonare l'infanzia alle cure psichiatriche.
Ogni rinuncia da parte degli educatori diviene una proiezione del desiderio di non essere parte in causa di quella specifica difficoltà del bambino. Occorrerebbe invece sentirsi protagonisti e recuperare il piacere di incontrarsi per parlare delle difficoltà che oggi i bambini vivono. Lo si può fare innanzitutto imparando a conoscere il bambino che è sepolto in ciascuno e che, interpellato, ascoltato, reso parlante sa offrire importanti spunti alla comprensione del disagio evolutivo. Intorno alla concezione del puer ho costruito la mia epistemologia educativa poiché anche le fragilità dell'adulto sono fragilità di quella parte di sé che non ha potuto sviluppare il suo progetto di vita. Quindi ritengo comprensibili paure e sensi d'impotenza, rabbie e disillusioni. Solo che credo che gli adulti educatori debbano essere aiutati a fronteggiare queste emozioni.
Se invece bacchettiamo la nostra parte infantile, la rendiamo straniera, cioè estranea a noi stessi, se non l’ascoltiamo, se la sgridiamo, se la mettiamo sotto un regime di controllo ci taglierà la strada e ci farà dannare.
È così che comincia a farsi sentire quell’estraneità verso noi stessi, che, nel peggiore dei casi, ma non così raramente, fa ammalare davvero.
Lo straniero lavora dentro alle anime inquiete. Se non ascoltiamo quel bambino sconosciuto lui si vendica facendoci ammalare. E si ammala la mente, ma anche il corpo.
La nostra parte estranea chiede in qualche modo udienza.
Tutti gli educatori sanno che se si portano i bambini in cortile e si rimane a guardarli nessuno si farà male, se invece ci si distrae e si parla con un collega c’è il rischio che qualcuno si sbucci un ginocchio, si fratturi un osso, si rompa la testa... I bambini guardati non si fanno male. Se un bambino si infortuna è perché qualcuno non lo sta guardando. Il piccolo mette nel corpo ciò che la sua parola non sa esprimere.
Anche i grandi allora hanno bisogno di essere visti, ascoltati, compresi per non fare e farsi del male.
Ogni educatore ha bisogno di chi si occupi di lui senza denigrarlo, colpevolizzarlo, giudicarlo. Deve sentirsi visto, considerato, supportato. Necessita di gruppi di lavoro dialoganti, di supervisori competenti, di dirigenti consapevoli della fatica umana che comporta la relazione educativa.
Di questo bisogno le istituzioni devono farsi urgentemente carico.

 

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Paola Scalari
è psicologa, psicoterapeuta, psicosocioanalista, docente in Psicoterapia della coppia e della famiglia alla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia della COIRAG e di Teoria e tecnica del gruppo operativo in ARIELE psicoterapia. Docente Scuola Genitori Impresa famiglia Confartigianato.
Socia di ARIELE Associazione Italiana di Psicosocioanalisi. E’ consulente, docente, formatore e supervisore di gruppi ed équipe per enti e istituzioni dei settori sanitario, sociale, educativo e scolastico.
Cura per Armando la collana Intrecci e per la meridiana la collana Premesse… per il cambiamento sociale, ed è consulente delle riviste Animazione sociale del gruppo Abele, Conflitti del CPPP, Io e il mio Bambino, Sfera-Rizzoli group.
Nel 1988 ha fondato i "Centri età evolutiva" del Comune di Venezia per sostenere la famiglia nel suo compito di far crescere i figli e si è occupata della progettualità del servizio Infanzia Adolescenza della città di Venezia.
Insieme a Francesco Berto ha recentemente pubblicato per le edizioni La Meridiana: "Adesso basta! Ascoltami. Educare i ragazzi al rispetto delle regole." (2004), "Fuggiaschi. Adolescenti tra i banchi di scuola." (2005), "Fili spezzati. Aiutare genitori in crisi, separati e divorziati." (2006), "ConTatto. La consulenza educativa ai genitori." (2008), "Padri che amano troppo." (2009), "Mal d'amore. Relazioni familiari tra confusioni sentimentali e criticità educative." (2011), "A scuola con le emozioni - Un nuovo dialogo educativo" (2012), "Il codice psicosocioeducativo" (2013), "Parola di Bambino. Il mondo visto con i suoi occhi." (2013).

Educare è insegnare ad avere fiducia nel mondo che verrà, a investire positivamente le proprie capacità, a sognare e faticare per realizzare le proprie speranze di vita. Una scuola attiva, formativa, lo sa.
La scuola attiva e formativa è la scuola che tutti noi vorremmo avere per i nostri bambini e ragazzi ma sembra essere lontano anni luce da quello che incontriamo quotidianamente. Prevale una lamentazione diffusa: insegnanti che si lamentano della famiglia dei propri alunni, genitori che difendono tout court i figli e non sembrano comprendere la necessità di un apprendimento basato su aspetti cognitivi, cooperativi ed emotivi. Si trova tanta demotivazione e ancor più rassegnazione, al punto da creare una sorta di imprinting alla rassegnazione anche nei bambini.
Questo libro, curato da Paola Scalari e scritto da insegnanti, pedagogisti, psicologi ed educatori ha il compito da un lato di fare una fotografia critica del presente, dall'altro di proporre buone pratiche per una scuola dell'oggi e del domani. Le buone pratiche sono basate su teorie consolidate ma non ancora applicate in maniera sistematica e consapevole: Bauleo, Pagliarani, Bleger, Freinet, Milani e, per citare il mondo attuale, Canevaro e Demetrio.
Si tratta di pratiche che tengono conto della possibilità di costruire una scuola che aiuti a pensare, dialogare, dar forma. Una scuola basata sull'ascolto, su modalità cooperative, dove bambini e ragazzi possano sentirsi liberi di esprimersi ma anche di prendersi responsabilità in base alle loro competenze. Una scuola che sa mettersi in relazione con i bambini e che sa creare basi per una coesione tra adulti che condividono l'educazione dei figli e degli allievi.
A scuola con le emozioni è rivolo agli insegnanti e ai genitori, ma anche a educatori e psicologi. Com'è il mondo visto con gli occhi del bambino? E' una domanda a cui dovrebbero saper rispondere soprattutto gli educatori dei bambini (oltre che i genitori, auspicabilmente), le maestre e i maestri di vari livelli, coloro che sono impegnati a far crescere i piccoli, ad indicare loro la strada per diventare adulti, per imparare a vivere. Una bella risposta alla domanda è contenuta nel libro "Parola di bambino" scritto da Paola Scalari e Francesco Berto, edizioni la meridiana (premesse... per il cambiamento sociale). La collana, per altro, è curata dalla stessa Paola Scalari che venerdì 14 alle 18 sarà alla libreria Einaudi di Trento in piazza della Mostra.

"Il conflitto che i bambini esprimono con le loro paure richiede l'amore di tutta la nostra intelligenza", scriveva lo psicanalista Luigi Pagliarani negli anni Novanta. Fondatore e presidente di ARIELE (Associazione Italiana di Psicosocioanalisi), Pagliarani, ha lasciato una profonda traccia del suo pensiero tanto che, molti dei suoi, allievi, ora psicanalisti e psicoterapeuti, hanno costituito la Fondazione a lui dedicata (www.luigipagliarani.ch). Fra questi Carla Weber che, venerdì 14, sarà in conversazione con Paola Scalari, co-autrice del libro. Suddiviso in quattro parti, "Alfabetizzazione sentimentale" la prima, "Chiamale emozioni" la seconda, "Il legame familiare" la terza e "Immagini spontanee, volare in alto" la quarta, "Parola di bimbo" non racconta, evoca, "mobilita cioè, poeticamente, la condizione di figlio che è l'elemento unificante l'umanità". Per gli studiosi che fanno riferimento a Luigi Pagliarani, gli autori del libro e coloro che fanno parte dell' associazione "Ariele", oltrecché della Fondazione, "la possibilità di ogni bambino di costruire un buon legame con sé stesso e con il mondo esterno va iscritta nei rapporti tra genitori, nei vincoli tra famiglie, nel tessuto vitale di un territorio, nell'attenzione creativa del mondo scolastico e nelle buone offerte del tempo libero". Sostengono gli autori del libro che "un adulto significativo nella crescita dei minori sa rimanere in contatto con la parte piccola, sensibile, fragile, incompiuta di se stesso". Solo così è possibile riconoscere ed identificarsi con le fatiche emotive dei bambini e aiutare il piccolo a "mettere in parole le emozioni". Non un percorso facile perché presuppone, da parte dell'adulto, la capacità di instaurare un livello comunicativo fra sé e il piccolo, visibile e invisibile, fra la mente di chi è già formato e la psiche di chi deve ancora formarsi. Una sfida bella, premessa necessaria per un mondo umano più equilibrato e meno sofferente. Il libro è il risultato di una ricerca sul campo fatta con i bambini e, nelle pagine sono contenute anche le loro osservazioni, le riflessioni su alcune questioni poste dall'educatore. Una postfazione di Luigi Pagliarani contribuisce a centrare ancor più il tema perché i due verbi da coniugare in ambito educativo sono "allevare e generare. Il grande - che sa ed ha - con l'allevare dà al piccolo quel che non sa e non ha. Qui c'è una differenza di statura. Nel generare questa differenza sparisce. Tutti contribuiscono a mettere al mondo, a far nascere quel che prima non c'era...". Un libro utile a educatori, genitori e adulti che vogliano rapportarsi con successo con i piccoli.