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I legami, problema della società oggi

Il gruppo, antidoto alla crisi dei legami

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Il gruppo può svolgere il ruolo di una specie di organizzatore sociale di spazi di esperienza ... [Questi] appaiono come un momento pratico per eseguire e successivamente elaborare un'idea di cambiamento.
I nostri tempi sono caratterizzati da una grande complessità e questo sfondo sociale rende vulnerabile ogni essere umano esposto a travolgenti incertezze e ad accelerate trasformazioni.

La vulnerabilità che oggi attraversa il vivere individuale e sociale è strettamente intrecciata alla fragilità dei legami tra le persone. Per i professionisti del mondo sociale, educativo, sanitario, scolastico questa diffusa vulnerabilità muta non poco le condizioni del loro operare. Lavorare nel sociale, che per definizione è un lavorare insieme, si fa più difficile. E si finisce con il ritrovarsi tutti più soli, più impotenti, più angosciati. Per questo è oggi urgente capire come dar vita a dimensioni gruppali, saperne di più sul «gruppo» per usare con sapienza questo prezioso strumento.


La fragilità oggi dei legami

La fragilità slega le persone e le isola. Perde così di senso l'Altro e via via declina l'idea di solidarietà umana. Il rispetto reciproco e l'attenzione ai bisogni del prossimo vanno pertanto velocemente evaporando.
Le nostre vite tra precarietà e terrore
L'individuo perde fiducia nel suo simile e si chiude in se stesso. L'appartenenza a qualsiasi gruppo si presenta quindi critica. Diventano frammentati i confini del familiare, sviliti i mondi scolastici, tragici i contesti sociali, slegati gli ambienti comunitari.
L'incontro con il prossimo, più che essere avvertito come risorsa, è motivo di fatica, rabbia e ansia.

L'umanità appare sconfitta. Assistiamo a un cambiamento epocale che coinvolge tutti e, seppur non lo si dica sempre a voce alta, sappiamo che siamo in guerra e che il terrore serpeggia nelle nostre città e dimora nelle nostre vite quotidiane rendendo chi ci vive accanto un potenziale nemico. Siamo bersagli sensibili di un terrorismo che non sappiamo né quando né dove potrà colpirci.
Perdiamo ogni sicurezza. A uno stato d'allarme permanente corrisponde inoltre un impoverimento economico che costringe a modificare gli stili di vita e rende facilmente marginali situazioni che prima potevano restare nei circuiti dell'autosufficienza. Le città con i loro quartieri e i piccoli borghi spersi, un tempo luoghi di una comunità in grado di riconoscersi, oggi sono invasi da persone che arrivano da lontano introducendo suoni, odori e atteggiamenti sconosciuti.
Nessuno si sente più a casa sua. Si è persa la cornice culturale che garantiva un condiviso sentimento di sicurezza.
Ognuno nel suo piccolo mondo
La politica intanto innalza reali o metaforiche mura, svilisce l'idea di governo della cosa pubblica e si fa bella dell' andare beffardamente contro qualcuno per ottenere consenso popolare. Si prefigurano barriere che dovrebbero negli intenti proteggere, ma che in realtà isolano creando un aumento esponenziale di angosce per il diverso, fobie per l'invasore e negazioni dei diritti umanitari. Intanto qualche soggetto specula e guadagna con il business dei migranti diffondendo false notizie che, circolando soprattutto nei social, arrivano a diventare in molte persone delle banali convinzioni.
Le religioni, divenute potenti fucine di integralismi e di pregiudizi, segnalano sempre di più la perdita di un Dio che orienta, legifera, dà senso all' esistenza, diffonde speranza ed amore.
La cultura pare un bene in via di estinzione e si parla più per slogan che per conoscenze, si usano più pensieri preconfezionati che approfondimenti accurati, si cercano studi più finalizzati a facili guadagni che scuole di formazione.
La tecnologia porta a sfondare il limite spazio-temporale facendo perdere il senso del transito verso l'altro. Internet, offrendo un'illusoria idea di essere sempre connessi con tutti, induce a chiudersi in piccoli mondi abitati da figure virtuali. Si sta ore su ore in chat dove si crede di essere in compagnia di tanti amici, ma dove in realtà non si è in nessun posto e con nessuna persona.
Vite connesse solo sul web
Nel terzo millennio l'uomo, liberato dalla schiavitù del lavoro, ha molto tempo a sua disposizione, ma lo svende sia alla società dei consumi sia alla risucchiante vita in rete. Per ciascun individuo l'immagine di se stesso non rispecchia chi egli sia, ma ciò che egli ha, esibisce, viene ammirato e riceve consenso.
Contano più i «mi piace», i «cuoricini», i «condiviso», che lo stare bene in compagnia e l'imparare da chi vive accanto. Troppe persone, quindi, dipendono sempre più dal successo, dall' amicizia e dalla considerazione ottenute in un social e, con gli occhi fissi sul monitor, non provano ad alzare lo sguardo per accorgersi di chi è lì presente con loro.
Ognuno per la paura di essere rifiutato indietreggia dallo scambio umano basato su quelle sensazioni fisiche che solo la presenza corporea può determinare. Si è affamati di sguardi, di contatti epidermici, di suoni in diretta, eppure uscire e incontrarsi diventa sempre più difficile. La povertà è ora l'assoluta mancanza di un abbraccio sincero e di una parola vera. Pertanto troppo spesso uomini e donne, giovani e bimbi vivono la sensazione di essere terribilmente soli e sfiduciati.
La paura di un mondo ignoto che avanza prepotentemente induce a difendersi da ogni legame sentito come vincolante e perciò negante quella stessa libertà che poi si getta via senza nessuna consapevolezza. La diffidenza blocca gli individui e li fa arroccare dentro a rigidi rifugi narcisistici che divengono roccaforti invalicabili del proprio punto di vista. Il terrore rinchiude ognuno in un involucro criptato che gli serve per darsi ragione senza ascoltare mai le ragioni dell' altro. Lo spavento lascia impotenti, delusi, arrabbiati e depressi poiché la mancanza di scambi umani avvilisce, intristisce e svuota.

Superare legami sciolti, ma come?

Per i professionisti del mondo sociale, sociosanitario, scolastico e comunitario operare bene insieme agli altri per una nuova Polis sembra un'utopia.
Eppure l'angoscia della frammentazione si vince solo con la dimensione gruppale e il lutto per la perdita di un mondo che non c'è più lo si può sopportare solo nella dimensione collettiva.
È il saper stare in un gruppo reale con i suoi corpi che emanano sensazioni, vibrazioni, odori e sguardi, non accontentandosi di stazionare in «gruppi» virtuali, che porterà l'umanità a elaborare il dolore per una speranza perduta, per un sogno infranto, per un futuro oscuro.
È quindi urgente imparare a vivere, coltivare, promuovere e studiare come far transitare un aggregato umano in un gruppo dialogante.
Utilizzare una tecnica che porti un insieme di individui a creare una mente gruppale significa poter usare uno strumento raffinato e specialistico. Non si può infatti contrabbandare il mettersi insieme ad altri per una qualsiasi finalità con l'aver creato un gruppo di lavoro produttivo.
È necessario saperne di più sul gruppo per usare con sapienza questo importante «attrezzo nella cassetta» invece che mettere in campo una serie di sue contraffazioni e falsificazioni che poi deludono lasciando ancor più sconfortati.
È quindi urgente imparare a distinguere tra gruppi fasulli e gruppi autentici, tra gruppi «bugiardi» e gruppi operativi.

La priorità è costruire contesti gruppali

Nel mondo attuale l'altro, il diverso, lo sconosciuto vengono evitati, perché non piacciono, non c'è tempo per conoscerli e non ha senso ascoltare chi viene da altre culture, lasciando spazio ad un appiattimento emotivo che rende tutto opaco, svilito, inutile.
La rabbia, che deriva da uno stato d'animo depressivo, non trova mete ideali verso cui dirigersi e quindi viene sparsa a casaccio fino ad essere riversata anche contro se stessi uccidendo il senso della vita. Anche di quella lavorativa.
La crisi del gruppo nei mondi sociali, sanitari, scolastici
Gli operatori del mondo sociale, sanitario e scolastico, che s'interfacciano con l'altro per mandato professionale, sentono allora un insanabile conflitto tra la loro mission, che è quella di incontrare, comprendere e sostenere degli esseri umani, e lo sfondo culturale che invita ad evitarli esaltando atteggiamenti paranoici, fobici, discriminatori.
Questo conflitto spesso oscura l'idea di poter lavorare prioritariamente per costruire contesti gruppali dove le persone «riabilitino» la loro capacità di essere solidali, disponibili con il prossimo, produttivi in team e perciò capaci di ascoltare con curiosità l'altro.
Nell' attuale contesto socio-culturale sembra inesorabilmente tramontata la capacità di valorizzare i legami e nei servizi definitivamente finita l'epoca del lavoro di équipe.
Imparare, apprendere, coniugare in modo creativo idee prima distanti tra di loro diviene quindi quasi impossibile. Costruire una condivisa mappa concettuale è fuori moda. Manca il tempo e manca lo spazio per ascoltarsi ed ascoltare.
Ma l' autoreferenzialità - muta e sorda - impedisce qualsiasi apprendimento. Se non si ricerca sostando nel dubbio che fa porre domande e non si è curiosi di conoscere quel che non si sa già, si rischia di stagnare in un magma psichico maleodorante, asfissiante e controproducente. E la confusione mentale genera un penetrante dolore facendo ammalare.
Nella trappola dei «casi singoli»
Si perde intanto l'occasione di accorgersi (2) che ci sono delle madri che presidiano una strada mal frequentata affinché i loro figli raggiungano in modo protetto la scuola; che c'è una coppia di studenti universitari che accoglie in casa regolarmente un giovane immigrato senza fissa dimora; che c'è un preside in pensione che aiuta gli stranieri a prendere la patente offrendo anche la sua auto affinché imparino a
2 I I seguenti esempi sono tratti dal Laboratorio Territoriale condotto nella città di Venezia al
fine di individuare le azioni solidali non organizzate in volontariato strutturato.

guidare; che c'è una signora che accoglie donne africane in casa per insegnar loro a cucire e cucinare affinché possano inserirsi nel mondo del lavoro; che ci sono delle donne di ogni età che si prodigano al fine di andare a prendere i bambini di altri a scuola e far fare loro i compiti; che ci sono vicini di casa che fanno le spese per i condomini anziani o malati ...
Insomma c'è ancora una umanità da individuare, scovare e valorizzare per ritrovare sguardi umani, intrecci altruistici, gruppi in movimento.
I servizi però lavorano molte volte con una somma di «casi» individuali piuttosto che impegnarsi a promuovere contesti gruppali per far in modo che le persone si aiutino.
Il mettere quindi ripetutamente a fuoco il singolo problema e non permettersi di guardare ai contesti che lo generano e lo possono far evolvere portano molte volte gli operatori ad abbracciare una posizione estrema di negazione dell'importanza della dimensione gruppale e perciò comunitaria e sociale.
Il trattare troppi «casi singoli» può travolgere, risucchiare energie e divenire una valanga inarrestabile inducendo i professionisti della cura e del prendersi cura a difendersi dietro una incolmabile distanza emotiva da ciò che fanno.
Si sbandiera perciò l'opportunità di erigere delle barriere scudo per proteggersi da contaminazioni destabilizzanti.
Si finisce per operare in modo asettico applicando prassi, protocolli, linee guida, indicazioni programmatiche.
È questo un atteggiamento che rompe i legami esterni ed interni di chi è a servizio dell' altro sfibrando le sue motivazioni e il suo desiderio di portare avanti il compito lavorativo.
La rivoluzione epistemologica del gruppo
Un'altra via è invece percorribile attraverso una rivoluzione epistemologica dove al centro del pensiero va posto l'interrogativo di come far divenire il legame con l'altro da vincolo destabilizzante a vincolo stimolante.
Nulla meglio del gruppo insegna a interessarsi e interfacciarsi con l'altro. L'atteggiamento dell' apprendere con altri in situazione è però praticabile solamente se qualcuno aiuta a vedere oltre l'evidente e a leggere cosa circola nelle relazioni che uniscono o dividono i collettivi, da quello familiare a quello sociale, da quello del gruppo di lavoro a quello comunitario, dalla rete interservizi al mosaico gruppale che compone le istituzioni.
Anche a vivere in relazione quindi si può imparare se si incontrano competenti maestri di vita che sappiano far sentire appartenenti ai contesti umani. Chi non apprende una modalità per stare bene con l'altro non può stare bene nemmeno con se stesso. Chi è in uno stato di sofferenza e insofferenza verso il prossimo deve perciò essere messo nella condizione di poter imparare a recuperare il valore dei rapporti per non uscire definitivamente dal contesto sociale.
Agli operatori è chiesto quindi di testimoniare che chi è prossimo non è ostacolo, impedimento, disturbo, perturbante. E i professionisti del mondo sociale, sociosanitario e scolastico possono farlo solamente vivendo con consapevolezza dentro alle dinamiche dei propri gruppi di appartenenza.

Servono gruppi di pensiero dentro le organizzazioni

Questo significa accettare i conflitti poiché ravvivano il pensiero, domandarsi il motivo di certe posizioni altrui invece di giudicarle, farsi carico delle proprie paranoie senza scaricarle sul contesto collettivo, sostare nel dubbio senza arroccarsi nella proprie verità, accettare di non primeggiare per ottenere posizioni organizzative o compensi economici abbracciando la logica del potere, perfezionare la propria preparazione professionale senza stancarsi di imparare.
E infine gli operatori disposti a cambiare potrebbero cercare collegamenti con chi, come loro, crede sia necessario costituire dei gruppi di pensiero per non soccombere sotto il peso del crollo delle organizzazioni. Potrebbero infatti allenarsi insieme su come trasmettere ai propri utenti, clienti, studenti nuove modalità per apprendere e trasformarsi.
Questa strada implica una rinuncia a un lavoro fatto in piena autonomia, con devianze narcisistiche e onnipotenti, per mettersi in una posizione di costruzione e lettura dei rapporti gruppali al fine di imparare, studiando le situazioni problematiche insieme a chi le vive, a produrre dei cambiamenti soggettivi, delle trasformazioni comunitarie e delle innovative progettualità sociali.

 

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Paola Scalari
è psicologa, psicoterapeuta, psicosocioanalista, docente in Psicoterapia della coppia e della famiglia alla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia della COIRAG e di Teoria e tecnica del gruppo operativo in ARIELE psicoterapia. Docente Scuola Genitori Impresa famiglia Confartigianato.
Socia di ARIELE Associazione Italiana di Psicosocioanalisi. E’ consulente, docente, formatore e supervisore di gruppi ed équipe per enti e istituzioni dei settori sanitario, sociale, educativo e scolastico.
Cura per Armando la collana Intrecci e per la meridiana la collana Premesse… per il cambiamento sociale, ed è consulente delle riviste Animazione sociale del gruppo Abele, Conflitti del CPPP, Io e il mio Bambino, Sfera-Rizzoli group.
Nel 1988 ha fondato i "Centri età evolutiva" del Comune di Venezia per sostenere la famiglia nel suo compito di far crescere i figli e si è occupata della progettualità del servizio Infanzia Adolescenza della città di Venezia.
Insieme a Francesco Berto ha recentemente pubblicato per le edizioni La Meridiana: "Adesso basta! Ascoltami. Educare i ragazzi al rispetto delle regole." (2004), "Fuggiaschi. Adolescenti tra i banchi di scuola." (2005), "Fili spezzati. Aiutare genitori in crisi, separati e divorziati." (2006), "ConTatto. La consulenza educativa ai genitori." (2008), "Padri che amano troppo." (2009), "Mal d'amore. Relazioni familiari tra confusioni sentimentali e criticità educative." (2011), "A scuola con le emozioni - Un nuovo dialogo educativo" (2012), "Il codice psicosocioeducativo" (2013), "Parola di Bambino. Il mondo visto con i suoi occhi." (2013).

Educare è insegnare ad avere fiducia nel mondo che verrà, a investire positivamente le proprie capacità, a sognare e faticare per realizzare le proprie speranze di vita. Una scuola attiva, formativa, lo sa.
La scuola attiva e formativa è la scuola che tutti noi vorremmo avere per i nostri bambini e ragazzi ma sembra essere lontano anni luce da quello che incontriamo quotidianamente. Prevale una lamentazione diffusa: insegnanti che si lamentano della famiglia dei propri alunni, genitori che difendono tout court i figli e non sembrano comprendere la necessità di un apprendimento basato su aspetti cognitivi, cooperativi ed emotivi. Si trova tanta demotivazione e ancor più rassegnazione, al punto da creare una sorta di imprinting alla rassegnazione anche nei bambini.
Questo libro, curato da Paola Scalari e scritto da insegnanti, pedagogisti, psicologi ed educatori ha il compito da un lato di fare una fotografia critica del presente, dall'altro di proporre buone pratiche per una scuola dell'oggi e del domani. Le buone pratiche sono basate su teorie consolidate ma non ancora applicate in maniera sistematica e consapevole: Bauleo, Pagliarani, Bleger, Freinet, Milani e, per citare il mondo attuale, Canevaro e Demetrio.
Si tratta di pratiche che tengono conto della possibilità di costruire una scuola che aiuti a pensare, dialogare, dar forma. Una scuola basata sull'ascolto, su modalità cooperative, dove bambini e ragazzi possano sentirsi liberi di esprimersi ma anche di prendersi responsabilità in base alle loro competenze. Una scuola che sa mettersi in relazione con i bambini e che sa creare basi per una coesione tra adulti che condividono l'educazione dei figli e degli allievi.
A scuola con le emozioni è rivolo agli insegnanti e ai genitori, ma anche a educatori e psicologi. Com'è il mondo visto con gli occhi del bambino? E' una domanda a cui dovrebbero saper rispondere soprattutto gli educatori dei bambini (oltre che i genitori, auspicabilmente), le maestre e i maestri di vari livelli, coloro che sono impegnati a far crescere i piccoli, ad indicare loro la strada per diventare adulti, per imparare a vivere. Una bella risposta alla domanda è contenuta nel libro "Parola di bambino" scritto da Paola Scalari e Francesco Berto, edizioni la meridiana (premesse... per il cambiamento sociale). La collana, per altro, è curata dalla stessa Paola Scalari che venerdì 14 alle 18 sarà alla libreria Einaudi di Trento in piazza della Mostra.

"Il conflitto che i bambini esprimono con le loro paure richiede l'amore di tutta la nostra intelligenza", scriveva lo psicanalista Luigi Pagliarani negli anni Novanta. Fondatore e presidente di ARIELE (Associazione Italiana di Psicosocioanalisi), Pagliarani, ha lasciato una profonda traccia del suo pensiero tanto che, molti dei suoi, allievi, ora psicanalisti e psicoterapeuti, hanno costituito la Fondazione a lui dedicata (www.luigipagliarani.ch). Fra questi Carla Weber che, venerdì 14, sarà in conversazione con Paola Scalari, co-autrice del libro. Suddiviso in quattro parti, "Alfabetizzazione sentimentale" la prima, "Chiamale emozioni" la seconda, "Il legame familiare" la terza e "Immagini spontanee, volare in alto" la quarta, "Parola di bimbo" non racconta, evoca, "mobilita cioè, poeticamente, la condizione di figlio che è l'elemento unificante l'umanità". Per gli studiosi che fanno riferimento a Luigi Pagliarani, gli autori del libro e coloro che fanno parte dell' associazione "Ariele", oltrecché della Fondazione, "la possibilità di ogni bambino di costruire un buon legame con sé stesso e con il mondo esterno va iscritta nei rapporti tra genitori, nei vincoli tra famiglie, nel tessuto vitale di un territorio, nell'attenzione creativa del mondo scolastico e nelle buone offerte del tempo libero". Sostengono gli autori del libro che "un adulto significativo nella crescita dei minori sa rimanere in contatto con la parte piccola, sensibile, fragile, incompiuta di se stesso". Solo così è possibile riconoscere ed identificarsi con le fatiche emotive dei bambini e aiutare il piccolo a "mettere in parole le emozioni". Non un percorso facile perché presuppone, da parte dell'adulto, la capacità di instaurare un livello comunicativo fra sé e il piccolo, visibile e invisibile, fra la mente di chi è già formato e la psiche di chi deve ancora formarsi. Una sfida bella, premessa necessaria per un mondo umano più equilibrato e meno sofferente. Il libro è il risultato di una ricerca sul campo fatta con i bambini e, nelle pagine sono contenute anche le loro osservazioni, le riflessioni su alcune questioni poste dall'educatore. Una postfazione di Luigi Pagliarani contribuisce a centrare ancor più il tema perché i due verbi da coniugare in ambito educativo sono "allevare e generare. Il grande - che sa ed ha - con l'allevare dà al piccolo quel che non sa e non ha. Qui c'è una differenza di statura. Nel generare questa differenza sparisce. Tutti contribuiscono a mettere al mondo, a far nascere quel che prima non c'era...". Un libro utile a educatori, genitori e adulti che vogliano rapportarsi con successo con i piccoli.